Oggi il 60° dei Trattati di Roma, una riflessione dell'AEI.

 Il contributo evangelico alla complessa identità europea è sempre stato importante.

Comunicato stampa - 

Una riflessione della Commissione Etica e Società dell’Alleanza Evangelica Italiana in occasione del 60° dei Trattati di Roma

Roma (AEI), 20/03/2017. Il 25 marzo 2017 ricorrono i 60 anni della firma dei Trattati di Roma, considerati come una delle tappe più significative del processo di integrazione europea. In soli 60 anni, l’UE si è distinta in modo notevole. Un continente devastato dalla guerra, segnato dalla bancarotta politica ed economica, è stato trasformato in una prospera democrazia trans-nazionale, di 27 (al netto della Brexit) Nazioni, vissuta da più di 500 milioni di persone. Si tratta senz’ombra di dubbio di risultati che vanno oltre le più ottimistiche aspettative di De Gasperi, Schuman, Monnet e Adenauer e dei rispettivi Paesi fondatori. In questi 60 anni, come nei XX secoli precedenti, la fede cristiana ha avuto – e continua avere - un ruolo rilevante nel costruire lo spazio comune europeo, contribuendo ad orientare le scelte politiche e le convinzioni di fondo.

Evangelici ed Europa
Il contributo evangelico alla complessa identità europea è sempre stato importante. Dalla rinuncia di assoggettarsi alle élite clericali al rifiuto di usare il latino, dalla traduzione in lingua comune della Bibbia alla nascita di comunità cristiane territoriali, la Riforma fin da subito ha delineato i parametri di un portale segnato da creatività e responsabilità. Grazie alla Riforma e ai Risvegli evangelici, sono state possibili nuove configurazioni politiche, ecclesiastiche, economiche e sociali. L’Europa ha così potuto conoscere dinamiche innovative ed emancipatorie che hanno aperto la porta all’affermazione dei diritti civili e della libertà religiosa.

Le culture confessionali (protestanti e cattoliche, ad esempio) rappresentano, infatti, delle pedine importanti nello scacchiere dell’identità europea. La partita non è però semplice o lineare: le stesse valutazioni storiografiche non sono convergenti. E, negli anni, la diversità tra la visione “universalistica” cattolica e quella “nazionale” protestante ha forse reso difficile la stabilità dell’homo europaeus, spiegando molte delle difficoltà contemporanee del vecchio continente. Inoltre, il contributo evangelico alla costruzione europea è stato più dettato da sensibilità nazionali particolari che non da una visione d’insieme cristiana in grado di immaginare un’architettura istituzionale dell’Europa.

Verso un’Europa federale
L’Europa appare oggi in uno scenario complesso (si veda ad esempio l’ottimo J. Chaplin e G. Wilton, God and the EU: Faith in the European Project, London 2016): è un sistema politico che ha un profilo istituzionale e una particolare azione di governo, ma la sua natura non è chiara e, ancor più grave, non esiste un chiaro modello per il futuro. Nel corso del tempo, le sovranità nazionali si sono trasformate, e lungo i faticosi processi di integrazione hanno ceduto sempre più competenze all’Unione Europea, formando quella rete di relazioni e il groviglio di poteri che caratterizza l’Europa così come è conosciuta oggi. L’Europa è diventata sinonimo di burocratismo, élite finanziarie, intrusione nelle vite dei popoli, strutture costose (si pensi ad un parlamento con due sedi e senza potere legislativo!). Ancora oggi, quando i leader europei parlano di integrazione, non è chiaro cosa vogliano dire. Da un lato c’è il rischio dell’Europa come super-stato che ingloba tutto; dall’altro ci sono le tentazioni “sovraniste” dei vari stati che vogliono smantellare il progetto europeo.

La sfida per i cristiani è ampia e complessa: ad iniziare dal tentativo di consolidare il progetto Europeo, sostenere Istituzioni europee efficienti, e allo stesso tempo valorizzare le diversità culturali presenti tra le nazioni nell’UE. L’opzione federalista può quindi rappresentare una chiave di volta, un format istituzionale da ricercare. Come sostenne il documento AEI sull’Europa del 2003, col federalismo si fanno poche cose in modo unitario (es.: la politica estera, la moneta e poco altro), mentre per tutte le altre ogni stato-nazione si regola in modo autonomo. Il modello federale permette infatti di riconoscere alle istituzioni federali delle competenze che investono tutti gli stati-nazione federati, mentre questi ultimi rimangono i titolari di tutte le altre (AEI, Un contributo evangelico ai lavori della convenzione europea, 2003).

Nella prospettiva evangelica la pluralità culturale è espressione della ricca varietà della creazione di Dio: per questo apprezziamo la lingua, la storia, l’arte, la configurazione sociale, i modelli educativi e produttivi delle singole Nazioni. Il rispetto della pluralità culturale delle Nazioni richiede infatti di optare, a volte, per la ricerca di un qualificato “coordinamento” fra le stesse, piuttosto che di una generica “integrazione” nei diversi settori. L’Europa deve cioè ripensarsi come una comunità di popoli, una vibrante realtà federale, abbandonando la ricerca mitologica volta a formare un unico popolo.

In un orizzonte di semplificazione federale, come cristiani evangelici vogliamo contribuire al dibattito in corso, riconoscendo in primis nell’UE il mandato specifico di promuovere la giustizia ad un livello transazionale per le questioni che riguardano problemi globali. Molti problemi – sicurezza, migrazioni, competizione economica, degrado ambientale, ecc. – hanno infatti un chiaro profilo transazionale che richiede la presenza di adeguate Istituzioni sovra-nazionali e federali in grado di affrontarli. Promuovere una dimensione di giustizia che vada oltre il particolare delle singole Nazioni è quindi quello che l’UE dovrebbe essere incoraggiata a fare.

L’ethos dell’Europa
Oggi la domanda che più fronti propongono crea qualche sconcerto: può l’Europa distruggere se stessa? Questa sembra essere, infatti, la portata della crisi del progetto comunitario negli ultimi vent’anni. Incapace di articolare una visione politica lungimirante e trasparente che non si fermi alla moneta unica, per molti europei la percezione comune rappresenta l’Europa come il gigante burocratico, testardamente austero nella sua politica economica, non proprio virtuoso e solidale nella gestione della crisi migratoria e sostanzialmente inefficace e costoso per il resto.

A 60 anni dai trattati di Roma, è dunque fondamentale recuperare la visione morale, l’ethos del progetto europeo. Occorre ricordare i rischi di alcuni scenari incompatibili con l’impegno per la giustizia e la ricerca del benessere: la solitaria ricerca dell’interesse nazionale, lo sforzo di costruire confini inespugnabili, lo scontro tra giurisdizioni e l’emergere del sospetto verso ogni cultura diversa dalla propria … Occorre riaffermare come l’interdipendenza costruttiva tra vari corpi nazionali per essere sostenibile possa solo essere la diretta conseguenza di convinzioni morali e politiche quali l’assoluto rispetto per la dignità e la libertà umana.

Un ri-orientamento verso le coordinate della giustizia, della libertà, della solidarietà e della pace nello spazio pubblico è quindi ciò di cui gli europei hanno bisogno. Risulta davvero urgente rispondere a domande di questo tipo: come manifestare solidarietà nei confronti della Nazioni più svantaggiate o nell’improvviso bisogno? Qual è la risposta opportuna all’immigrazione di massa? Come combattere il degrado ambientale?

Negli ultimi mesi è proprio su questi temi che sembra essere cresciuto il disappunto e l’opposizione all’idea stessa di Unione Europea. Unione sempre più percepita come un’enorme entità tentacolare e transazionale, pesantemente segnata dalle molte disfunzionalità e fallimenti. E come tale presentata dalle forti ondate di populismo che caratterizzano il clima politico europeo. Diverse nazioni e molti attori della società civile si domandano, infatti, se è davvero indispensabile avere un Europa unita per ricercare la realizzazione dei principi di giustizia, libertà, solidarietà e pace a livello sovranazionale. Non avrebbe forse più senso ed efficacia agire in una dimensione locale, con eventuali partnership costruite ad hoc?

L’occasione del 60° dai trattati di Roma, rappresenta quindi l’opportunità per riflettere sull’Europa e su come fronteggiare il deficit democratico presente in Europa che lascia molti cittadini europei indifferenti (se non a volte ostili) alle Istituzioni e ai valori dell’Unione Europa.

Sulle prospettive dell’UE, il presidente Junker ha da poco presentato il “Libro Bianco” sul futuro dell’Europa, dove presenta cinque scenari possibili invitando i Paesi membri a partecipare ad un intesso processo di analisi e condivisione. Si tratta di un processo lungo, sicuramente complesso e con un orizzonte pluri-generazionale, per molti aspetti apprezzabile, anche se il modello di riferimento (federazione di stati, super-stato, o …) non è chiaro.

La bussola per il futuro
Da tale visione sistemica, ne derivano alcune implicazioni:

  1. essere orientati alla giustizia, vuol dire non ridurre ad esempio la governance alla sola logica di mercato. Se oggi gli elementi dell’integrazione monetaria e dell’espansione economica sono visibilmente predominanti sugli altri aspetti sociali o politici, la viva preoccupazione è che una continua e perdurante concentrazione in tali ambiti incide negativamente e irreversibilmente sullo sviluppo umano e sociale. La ricerca della giustizia dovrebbe invece incoraggiare un autentico impegno per la completa realizzazione delle priorità politiche e sociali delle Nazioni.

  2. L’UE deve continuare a facilitare l’azione dei corpi sociali intermedi (famiglie, scuole, chiese, associazioni …) nella loro interlocuzione civica e sociale, evitando che politiche di stampo neoliberale indeboliscano queste importanti strutture sociali.

  3. L’integrazione intra e sovra nazionale da ricercare continuamente deve essere di tipo federale e non alimentare l’ambizione ad essere un super-stato. Spesso, infatti, guidata dalla sola logica finanziaria o burocratica, fortemente omologante, l’UE è andata oltre i suoi confini naturali, producendo norme e impianti legislativi su innumerevoli ambiti, minacciando a volte la specificità culturale degli Stati membri-

  4. L’impegno per la libertà religiosa e la decisa protezione della pluralità confessionale (sia negli Stati membri, sia nella politica estera dell’Unione) deve diventare un obiettivo prioritario. La natura plurale – anche religiosa e/o confessionale - dell’Europa deve essere sicuramente salvaguardata, e non compressa. Negli ultimi anni l’Europa ha subito diverse tensioni tra i proponenti di quello che sarebbe stato una forma di Stato confessionale (Italia, Grecia, ecc)), le istanze secolari e quelle delle minoranze di vario tipo e coloro che spingevano per una neutralità assoluta (si veda la laicitè francese). Ad oggi l’equilibrio si assesta in un modello di tipo cooperativo, comunque non privo di contraddizioni e paradossi, dove si combinano sia una forte neutralità dello Stato, sia una certa libertà religiosa. Pur nella consapevolezza che i cristiani non devono ricercare status particolari o privilegi, lo spazio pubblico deve essere positivamente plurale.

Contribuire per trasformare
Come cittadini cristiani siamo dunque inviati a contribuire attivamente al futuro progetto europeo. E possiamo farlo recuperando l’impegno e la responsabilità per la giustizia, incoraggiando credenti, cittadini, politici e tecnici a lavorare simultaneamente per la pace, la sostenibilità e il benessere, senza mai dimenticare le imprescindibili condizioni di pluralità e libertà.

Il cristianesimo è stato per l’Europa il principale attore di cambiamento e di sviluppo, prima che la fede venisse sostituita da contenuti ideologici e da manipolazioni religiose. Ancora oggi, come cittadini e cristiani siamo inviati a contribuire attivamente al futuro progetto europeo. Possiamo farlo recuperando integralmente la visione del mondo biblica, l’impegno e la responsabilità per la giustizia, incoraggiando credenti, cittadini, politici e tecnici a lavorare contestualmente per la pace, la sostenibilità e il benessere. Possiamo farlo con la determinazione e la resilienza che solo il Vangelo può dare, iniziando a lottare per le imprescindibili condizioni di pluralità e libertà che devono segnare il futuro europeo.

La via del protezionismo confessionale, della conservazione di ormai ingiustificati privilegi, non può più rappresentare una mappa affidabile. L’Europa deve essere ancora il contesto dove l’autentico annuncio del Vangelo sia possibile; dove i frutti genuini della fede possono continuare a maturare senza paure di sorta per ciò che si realizzerà. E per questa visione invitiamo all’impegno, alla preghiera e alla celebrazione della fedeltà di Dio – non solo dell’Unione Europea e dei suoi (primi) 60 anni.

 

 

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