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Oggi si celebra la Giornata mondiale del rifugiato.

 

Quale la situazione in Italia?

Con il termine rifugiato ci si riferisce a una precisa condizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale.

 

Con il termine rifugiato ci si riferisce a una precisa condizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale.

 

Secondo la definizione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, "i rifugiati sono persone che si trovano al di fuori del loro paese di origine a causa di persecuzioni, conflitti, violenze o altre circostanze che minacciano l'ordine pubblico, e che, di conseguenza, hanno bisogno di "protezione internazionale."

 

In altre parole, i rifugiati sono persone che rimanendo nel proprio paese rischierebbero la vita e che – secondo il diritto internazionale – è dovere dei governi ospitanti accogliere e proteggere. Nel mondo sono 22,5 milioni di persone,il numero più alto mai registrato (dati Unhcr). La maggior parte di loro restano nei paesi limitrofi a quelli da cui fuggono e solo una percentuale minima raggiunge l'Europa.

 

Accogliere questa categoria di migranti, che si differenzia da quelli economici (anche se a volte i confini sono molto sottili) è un dovere, sancito dal diritto internazionale.

 

Nei primi 5 mesi del 2017, sono state 61.800 le domande di asilo depositate in Italia(alcune delle quali indebite, va detto, perché anche i migranti economici, in mancanza di possibilità di accesso all'Europa di altro tipo, tentano la strada della richiesta d'asilo). Lo scorso anno, nello stesso periodo, le richieste furono circa 40.000.

Malgrado l'oggettiva crescita del fenomeno, parliamo di uno 0,1% della popolazione, persone che potrebbero essere facilmente accolte ed integrate nei 7892 comuni italiani, senza creare nessun allarme "invasione". Ma il termine "invasione" continua a essere utilizzato indebitamente anche dai media.

Senza dubbio in Italia esiste una vasta rete di accoglienza dal basso, associazioni, ong, e persone che mettono a disposizione il proprio tempo e le proprie risorse per rendere meno penoso l'arrivo e il soggiorno di chi cerca di lasciarsi alle spalle un passato di violenza e ha patito l'allontanamento dalla propria famiglia, dagli affetti e dalla cultura del proprio paese. Persone per cui la costruzione di nuovi legami ed il supporto, anche psicologico, sono fondamentali. Per contro, il sistema di accoglienza nazionale, se si eccettuano alcuni ottimi progetti territoriali Sprar, ha delle grosse falle.

Sono centinaia le persone con diritto di asilo o con regolare status di rifugiato, che vivono in palazzi abusivamente occupati ai margini delle città, privi di sostentamento e di qualsiasi possibilità reale di integrazione, e costantemente sotto minaccia di sgombero.

Nei centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), che dovrebbero "ospitare" le persone solo per 35 giorni necessari all'avvio dell'iter legale e che invece si trasformano spesso in centri di lunga permanenza a causa delle lungaggini burocratiche del nostro paese, gli standard operativi e i requisiti amministrativi differiscono da una provincia italiana all'altra.

Si tratta comunque di un sistema caratterizzato da centri di grandi dimensioni, costi elevati, bassa qualità dei servizi erogati e isolamento dai centri urbani. Di fatto la qualità dei servizi è fissata dai comuni e dipende dall'interesse delle autorità locali nella gestione di un problema determinante per l'acquisizione di voti in sede elettorale, che viene quindi spesso strumentalizzato a livello politico.

 

Il decreto Minniti, che entrerà in vigore a settembre, prevede, tra le altre cose, la creazione di 16 nuovi centri di identificazione ed espulsione, che si aggiungono ai quattro esistenti (Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino).

 

Attualmente questi centri sono in tutto e per tutto simili a carceri, in cui vengono rinchiuse anche persone che non hanno compiuto nessun reato. Secondo le dichiarazioni del ministro, i nuovi centri saranno più attenti agli standard di qualità. Il decreto abolirà anche la possibilità di ricorrere in appello una seconda volta dopo aver ricevuto un diniego, ciò che priva di ulteriori diritti i richiedenti asilo.

 

Il governo italiano è in trattativa con i ministri dell'Interno di Libia, Niger e Ciad per la costruzione di centri di accoglienza che dovrebbero "arginare il fenomeno migratorio là dove si genera, anziché obbligare a salvataggi in mare".

Ma gli accordi bilaterali con gli stati di origine o di passaggio dei richiedenti asilo, violano di fatto il loro diritto di protezione. Come saranno gestiti i centri di cosiddetta "accoglienza" in paesi in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito, come la Libia? Chi controllerà il rispetto degli standard umanitari? Tutto ciò non è chiaro.

 

 

 

 

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