AEI, Testamento biologico come strumento di responsabilità

 

La Commissione etica e società dell’AEI sulle dichiarazioni anticipate di trattamento.

Roma (AEI), 20/03/2017. A proposito della discussione sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) che è arrivata all’attenzione del Parlamento, la Commissione etica e società dell’AEI

 

Richiama la riflessione evangelica di questi anni come punto di riferimento che indica l’attenzione data al tema dell’etica di fine vita. In particolare segnala il documento del Centro Studi di Etica e Bioetica di Padova “Eutanasia”, Studi di teologia – Suppl. N. 1 (2003) pp. 2-12; “Chi può staccare la spina? Perché la si mantiene attaccata?” (24/10/2003); G. Riccioni, Il dibattito sull’eutanasia, Roma-Chieti, GBU 2004; la voce “Eutanasia” del Dizionario di teologia evangelica, a cura di A. Ferrari, P. Bolognesi, L. De Chirico, Marchirolo (VA), EUN 2007, pp. 262-263; A. Racca, “Dichiarazioni anticipate di trattamento” (2009);

 

Riconosce la presente necessità di colmare un vuoto legislativo e culturale in materia di fine vita. Lo sdegno mediatico rivolto alle Istituzioni nelle ultime settimane è contrassegnato da inevitabili isterismi, ma è comunque segno di un ritardo legislativo rispetto a un dibattito responsabile su questi temi spinosi. I paradigmi morali di riferimento del discorso pubblico (la sacralità della vita opposta alla qualità della vita) sfociano in una contrapposizione fra una visione biologista della vita focalizzata sulla preminenza del ruolo del medico e una visione proiettata sulla disponibilità della vita caratterizzata dalla completa autodeterminazione dell’individuo-paziente.

 

Afferma l’urgenza da parte evangelica di contribuire al dibattito offrendo una prospettiva eticamente diversa che metta in discussione l’idolo dell’autodeterminazione da un lato e quello della vita biologica dall’altro, riconoscendo la finitudine del percorso di vita dei singoli, la futilità di accanimenti terapeutici, il bisogno di ricomprendere la vita non solo in senso biologico ma anche in senso relazionale e sociale, valorizzando interventi che umanizzino la morte e responsabilizzino l’individuo rispetto al fine vita.

 

Saluta con favore la discussione parlamentare sulle DAT perché attraverso di esse si introducano norme che valorizzino maggiormente un rapporto di alleanza fra medico e paziente e facciano maturare la progressiva responsabilizzazione dell’individuo rispetto alla sua futura morte, compresa la richiesta della sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale.

 

Ribadisce come le DAT siano di per sé uno strumento incompleto se non corroborato dalla promozione di una cultura dell’accompagnamento del malato terminale di cui si facciano anche carico reti sociali esterne all’ambito strettamente professionale e a quello dei fiduciari eventualmente nominati. Per attuare questo accompagnamento è necessario riportare il fine vita fuori dal suo isolamento ospedalizzato e in una dimensione più vicina alla vita dei vivi. Questo è possibile quando la società, smettendo di idolatrare l’efficienza tecnologica, si dota di strumenti culturali che la rendano consapevole dei propri limiti e la liberino dall’ossessiva rimozione della morte in modo da poter accompagnare responsabilmente coloro che giungono alla fine della vita.

 

Si oppone all’ipotesi di legalizzare le pratiche eutanasiche (eutanasia attiva e suicidio assistito) a chi ne faccia richiesta, nello stesso modo in cui si oppone al suicidio e all’omicidio. L’eutanasia è una soglia che non può essere valicata se non a prezzo altissimo per la società intera. Al tempo stesso invita al sostegno del malato terminale tramite l’ascolto e la vicinanza psicofisica delle reti sociali che lo circondano e tramite le cure palliative. Si è consapevoli che la sedazione possa avere come effetto secondario l’accelerazione di un percorso degenerativo già conclamato. Ma fintanto che l’intento è quello di contrastare il dolore, la si incoraggia perché promuove la dignità dell’individuo. La sedazione profonda e continuata va invece limitata a casi specifici, nonché normata e rendicontata perché non diventi la porta sul retro da cui far entrare l’eutanasia (volontaria e involontaria) nella prassi medica.

 

 

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